Recensioni per favorire specifici commercianti? Lecite.

Una recente sentenza della Corte d’Appello Californiana del 2 settembre 2014, ha stabilito che Yelp detiene il potere di mostrare e ordinare le recensioni delle attività pubbliche compilate dagli utenti, e può promettere ai gestori delle attività commerciali di lustrare la propria immagine pagando per rimodulare l’ordine delle recensioni, attribuendo maggiore visibilità alle recensioni positive: non si tratta però di estorsione, ma di un semplice modello di business perfettamente lecito.

La Corte D’Appello Californiana, ha deciso in merito ad un caso sollevato da alcuni commercianti nel 2010 che avevano citato la piattaforma per avere presuntivamente alterato a proprio piacimento la visibilità dei pareri degli utenti, e addirittura di formulare in proprio recensioni negative, allo scopo di indurre i gestori delle attività recensite ad aderire a programmi sponsorizzati (con cifre che variano fra i 300 e i 1200 dollari al mese) per ristabilire la propria credibilità in cambio di denaro.

Nessuna delle accuse è stata accolta dal Tribunale statunitense, comunica ora Yelp: i partecipanti alla class action non sono stati in grado di fornire prove delle manipolazioni delle recensioni da parte di Yelp e della creazione di recensioni negative ad hoc, e la teoria dell’estorsione non ha retto al vaglio del tribunale.

Yelp offre alle aziende recensite la possibilità di aderire a delle soluzioni di advertising che comportano la visibilità delle recensioni più positive, e può scegliere di agire sull’ordine e sulle modalità con cui i pareri sono visualizzati: questi comportamenti, però non sono classificabili come estorsione. Le recensioni positive non sono un diritto, ma dipendono dalle valutazioni degli utenti di Yelp, e il timore di subire un danno economico dalla visibilità delle recensioni meno lusinghiere, connaturato alle dinamiche stesse della reputazione in Rete, non è sufficiente a far scadere nell’illegalità un meccanismo di contrattazione che usa metodi aggressivi e diretti per convincere all’acquisto di soluzioni di advertising. In caso contrario, l’accusa di estorsione finirebbe per colpire un’infinità di servizi che fino ad ora sono stati considerati perfettamente leciti.

In Italia, come gia’ trattato in un altro articolo qui, un caso simile e’ stato affrontato dall’autorita per la garanzia e la concorrenza nel mercato su un esposto di Federalberghi contro TripAdvisor.

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