Quando mettere un like è illecito: una breve storia dell’evoluzione di alcuni cybercrime

La velocità di sviluppo crescita e diffusione delle cosiddette “nuove tecnologie”, è certamente più rapida rispetto al tempo necessario per un essere umano medio di comprenderle, controllarle e utilizzarle.

Al contrario, le macchine e i software da tempo apprendono non solo dagli input umani esterni ma anche da input interni connessi agli errori da loro commessi, dove per errore deve intendersi una azione oggettivamente inquadrabile dalla macchina e dal software come non utile rispetto ad un dato target, sulla base di complicati calcoli algoritmici sviluppati attraverso cluster neurali.

Il tema dell’evoluzione tecnologica ha importanti riflessi nell’ambito dei processi comunicativi tra individui e all’interno di società e comunità attraverso le svariate piattaforme “social” ormai presenti in maniera diffusa sulla rete.

Negli anni ’90 il web raccoglieva una congerie disparata di siti, attività più o meno chiare, confusione, e soprattutto liti, insulti, diffamazioni, flame, on-line polls a carattere aggressivo, ecc.

Ancora oggi, a distanza di oltre 20 anni, si discute se ricondurre in maniera più dettagliata questi comportamenti devianti e/o criminogeni a nuove fattispecie penali con la produzione di nuove norme.

Alcuni (direi correttamente) osservano che molte delle attività devianti o criminogene commesse con l’uso della rete internet, contengono già in se gli elementi necessari a integrare svariate fattispecie penalmente rilevanti.

Negli anni ’90, Tin.it e ICQ, la facevano da padrona in Italia, e spesso molti loro utenti si lasciavano andare ad insulti e improperi pubblicati nella ormai obsoleta interfaccia che appariva al lato destro in basso nello schermo del nostro vecchio PC con rigoroso “tower” al seguito.

L’assenza di identità o identificazione e l’incorporeità, scatenavano già da allora nell’utente le rabbie più nascoste e imprevedibili. L’odio nei confronti di un signor nessuno si esprimeva spesso in messaggi rabbiosi. Non si percepiva più il disvalore del fatto. L’assenza di fisicità dell’interlocutore non consentiva una catalizzazione delle energie su un elemento fisico (gli occhi, le mani). Non ci si poteva toccare per cercare di calmare gli animi. E non c’erano neppure emoticon che potessero in qualche modo stemperare la situazione.

Il concetto di reputazione on line era inesistente perché la rete era vista come un fenomeno di nicchia e non si poteva certo parlare di diffamazione aggravata poiché non esisteva relazione tra prodotto editoriale classico e prodotto distribuito via internet.

Il tutto ha poi portato nel 1995 alla strutturazione delle regole cosiddette di “Netiquette” cristallizzate nel documento RFC 1855 realizzato dalla comunità allora nota come Netizen (o Cyber Citizen) e di WAIS, Gopher e Usenet.

Ma era ancora il 1995 appunto. E coloro che passavano più di 3 ore al giorno utilizzando la rete e connettendosi erano pochi e apparivano ai più dei nerds disadattati.

Intanto nascevano i primi blog: tra questi il primo è sicuramente più bello a vedersi in Italia era Tiscali Blog, ma c’era anche My Space, Splinder e altri. Ricordo chiaramente come i commenti di molti di questi blog erano raggiunti dai principali motori di ricerca. Si poteva quindi commentare su un blog insultando qualcuno in via del tutto anonima e questi insulti sarebbero poi stati ricollegati al nominativo di quella persona nel motore di ricerca. Le conseguenze erano devastanti in termini di reputazione on line ma ci volle un bel po’ prima che i provider si sensibilizzassero sull’argomento.

Oggi la situazione è ben diversa. Solo su Facebook ci sono circa un miliardo e duecentomilioni di utenti e ogni mese nascono nel mondo nuovi aggregatori “social” che consentono alle persone di comunicare rapidamente, scambiare idee, beni e servizi. In rete si compra, si vende, si affitta, si pubblicizza, si gestiscono soldi, ci si innamora, ci si sposa e  ci si divorzia.

Con l’uso di protocolli certificati si gestiscono processi giudiziari in rete e si partecipa a bandi pubblici in Italia e all’estero e con la rete si “stampa” moneta, se mi si consente l’irriverente paragone con gli sminatori di bitcoin.

La nuova era della connessione globale però non ha risolto in modo  definitivo il problema dei reati commessi con l’uso della rete.

Anzi, si sono moltiplicati i comportamenti devianti e criminogeni.

Quello che più stupisce è che oggi, nonostante si possa agevolmente identificare un utente,  viene spesso e volentieri grandemente tollerato, se non permesso, l’abuso di dichiarazioni e affermazioni ripetute, ingiuriose e spesso diffamatorie o il contributo alla diffusione di tali affermazioni attraverso strumenti molto semplici di condivisione e approvazione (vedi le funzioni “like” e “share” di facebook o la funzione “retweet” di Twitter).

Il perché gli utenti internet, inclusi gli operatori del diritto (avvocati, magistrati, forze di polizia), alcune volte non ritengano penalmente rilevanti tali comportamenti, non risiede, a mio avviso, nel sacrosanto diritto di libertà di parola o di pensiero, nè nella tanto sbandierata “Net Neutrality”.

A mio avviso il problema reale è che i social network, e naturalmente in primis le oceaniche folle componenti Facebook e Twitter, costituiscono un comune campo da gioco con un simpatico sfondo  azzurro social nel quale ci si ritrovano alla fine proprio tutti: il medico, l’ingegnere, l’avvocato, il giudice, il poliziotto, il vicino di casa, il collega di lavoro, l’ex o la ex e via dicendo.

Lo stesso campo da gioco.

Questo fattore è di particolare rilevanza poiché nella ordinata sequenza di fotografie e video, post ed eventi, gruppi e like, su un benevolo sfondo azzurro e bianco, si è tutti partecipi di una comunità che in fondo ricorda la scuola, una gita, un gioco, una “goliardia”.

In questo contesto è legittimo per un funzionario di Polizia, apporre un like ad una dichiarazione alquanto discutibile espressa da un suo collega in merito ai fatti avvenuti alla Scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001,  fatti che recentemente la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha inquadrato nell’ambito della tortura.

E’ così si apprende dagli organi di stampa che il Poliziotto Fabio Tortosa, che avrebbe espresso le sue opinioni su Facebook in relazione a tali fatti, sarebbe stato sospeso, mentre sarebbe stato sollevato dall’incarico il dirigente del reparto mobile di Cagliari, Antonio Adornato per avere cliccato “Mi Piace” sul post del suo collega.

Dal punto di vista giuridico ci sono sicuramente alcuni dubbi sulla rilevanza penale, civile, amministrativa o disciplinare di un post pubblicato su facebook e addirittura di un semplice “mi piace” ed ogni caso andrebbe valutato con attenzione evitando di generalizzare.

Quello che però rileva è la schizofrenia della situazione: i social media sono diventati talmente capillari e virali che la massa dei suoi utenti corre dietro le tendenze centripete e centrifughe create dalle reti amicali tramite share, like, retweet e quant’altro.

La realtà è che la parola “Tortura” e la parola “Diaz” in quei giorni erano i termini più usati in rete. Lo Stato non si poteva permettere anche solo il dubbio che uno dei suoi funzionari esprimesse idee di quel tipo.

Credo che queste reazioni però non giovino a risolvere il problema dell’abuso di like e post o tweet.

I legali dei due funzionari di polizia avranno, a mio avviso, diversi motivi per contestare le sanzioni disciplinari apparentemente già formalizzate ma è certo che per un funzionario di polizia potrebbe essere quantomeno inopportuno intervenire tramite post su facebook su un argomento così delicato come quello relativo ai fatti della Diaz e proprio all’indomani della dura pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

D’altra parte le tecniche per aggredire una persona tramite post su facebook sono svariate. Non di rado mi è capitato di assistere persone letteralmente accerchiate da continue pubblicazioni su facebook o twitter con toni aggressivi, derisori, diffamatori, supportate poi dalle reti amicali che appongono prontamente i famigerati “like”.

Alle volte capita che si tratti di una azione quasi commessa con distrazione e imprudenza. In fondo con l’applicazione facebook nel nostro smart phone, basta un secondo e senza pensarci più di tanto si clicca mi piace giusto per solidarizzare con un amico o un collega e non tanto con le opinioni che ha espresso.

Alle volte però quel mi piace è scientifico. La tecnica comunicativa spesso assume strutture direi militaresche con una persona che scrive il post e la clac di supporto che interviene con i like. E purtroppo ci sono persone che per quel semplice like, ripetuto e diffuso, soffrono psicologicamente, subiscono danni morali dovuti alla ulteriore diffusione agevolata dal like o dallo share del post.

Il problema, tornando a noi, è che se la magistratura e gli avvocati non si dotano di linee guida finalizzate ad inquadrare con maggiore sistematicità i cosiddetti Cyber-crimes, la percezione dell’utente medio sarà sempre quella di sostanziale impunità.

Se il capo della mobile di Cagliari avesse percepito il disvalore di quel “Like” anche grazie ad una costante azione della magistratura e degli operatori del diritto in genere finalizzata a stigmatizzare e censurare comportamenti che possano in qualche modo incitare o agevolare (anche nelle forme concorsuali via internet) alla commissione di azioni devianti o criminogene, probabilmente avrebbe evitato di appoggiare in qualunque modo quel post.

Tutti si sentono protagonisti.

Risse virtuali quotidiane che si muovono come un onda continua che segue l’obbiettivo del giorno svelato da qualche utente.

E in poco tempo l’obbiettivo è accerchiato: un flame scatena l’odio di gruppo che poi si struttura nelle ipocrite forme perbeniste degli On line Polls con domande vagamente suggestive e retoriche che portano in breve ad una aggressione nei confronti del target.

Ma è reato?

La Presidente della Camera, Laura Boldrini ha invocato più volte (forse anche perché personalmente vittima di attacchi via internet) la formulazione di nuove fattispecie penali.

Francamente non credo ci sia bisogno di altre norme e su questo concordo con la posizione del Collega Guido Scorza.

Il problema è che se è vero che l’uomo medio ha capacità di adattamento inferiori rispetto all’evoluzione tecnologica, hanno ancor meno capacità di adattamento i partiti politici, i Ministeri, le commissioni tecniche, le strutture organizzate in genere.

Il tutto condito da providers che rifiutano di eliminare insulti e aggressioni verbali in nome del diritto all’informazione o del diritto alla libertà di parola, nonché di giornali che pur in presenza di una evidente diffamazione di un articolo presente in rete, si rifiutano di rimuovere l’articolo, appellandosi ad una vecchia legge (spesso malamente richiamata) che autorizza l’editore a tenere una copia dello stesso, nel suo archivio.

Ma l’archivio on line è accessibile a tutti (a meno che non sia protetto da codici di accesso per categorie di abbonati particolari) e quindi comunque recuperabile dal motore di ricerca. Che senso ha quindi richiamarsi a quella vecchia norma?

La questione probabilmente  verrà brillantemente risolta in futuro dagli algoritmi stessi i quali troveranno il modo di autoregolare il fenomeno delle diffamazioni, aggressioni e ingiurie in rete eliminando gli account che escono fuori da regole che l’essere umano purtroppo non ha contribuito a redigere. E in fondo ci sono già molte soluzioni operative in questo senso.

Questo scenario, tutt’altro che improbabile però, non ci riguarda. Almeno per ora. Perché se è vero che il futuro è quello che ci costruiamo, il presente è quello che viviamo ora.

Ecco perché l’esigenza di regolare ora con linee guida ben precise questi fenomeni (e non nuove norme penali), anche in collaborazione con gli stessi provider che gestiscono i social network, è fondamentale per una corretta evoluzione della nostra società con tecnologie, almeno ancora oggi, a nostra disposizione e sotto il nostro controllo.

Per maggiori informazioni sui comportamenti devianti o criminogeni commessi con l’uso della rete rinvio al glossario sui Cyber-Crime realizzato dal Ministero della Giustizia e I.F.O.S, con il patrocinio di un noto motore di ricerca e per cui ho avuto l’onore di collaborare come supervisore della parte legale insieme a stimati colleghi (Avvocati dell’International Safety Advisory Board di Facebook, Giudici e Psicoterapeuti e Psicologi). Il Glossario verrà presentato a fine aprile e potrà essere una base di partenza per definire un vocabolario comune per comprendere al meglio questi fenomeni.