E’ passato diverso tempo da quando non ho più pubblicato articoli o contributi di carattere giuridico.
Un pò per l’evidente incremento di lavoro che, complice anche il decorso dei mesi e degli anni, ha reso tutti noi legali, esperti o appassionati di nuove tecnologie, un pò più invecchiati, con i capelli bianchi e con meno tempo a disposizione.
Un pò perchè, inutile negarlo, proviamo (almeno io) un sottile senso di fastidio nell’allenare modelli stocastici con base dall’altra parte del mondo, per vedere i nostri pensieri e le nostre valutazioni, frutto di studi, esperienze e sacrificio, miscelate, ribollite e incollate in output colorati di frasi simpatiche, concilianti e risolutive del Claude, Chatgpt o Grok di turno.
Ammettiamolo: sembra il primo della classe. Quello sempre vestito bene, che non fai mai sciopero, che siede al primo banco, e, con un sorriso costruito ad arte grazie all’impronta fagocitatrice di famiglia, alza sempre la mano come per un riflesso pavloviano, per rispondere a tutte le domande del professore.
Ed in alcuni casi terminando la risposta con un’altra domanda come per dirti che ha capito davvero tutto e che forse potrebbe esserti più utile di quello che pensavi.
E tu, di fronte ad un ammasso di parole che sputano fuori un risultato verosmile ma non sempre vero, o vero ma freddo e artificiale, ti stupisci convinto di avere trovato in quel compagno di classe il tuo migliore amico dal quale copiare i compiti e diplomarti rapidamente senza troppa difficoltà.
Come se il punto fosse avere la risposta e non arrivarci con la propria esperienza e con il pensiero razionale.
Non che l’AI sia inutile. E’ la più straordinaria invenzione dopo la ruota e internet (se di invenzione si può parlare).
E probabilmente consente all’uomo di comprendere il senso di tante cose e l’inutilità di tante altre.
Ma senza scomodare il classico discorso su quanto l’AI sostituirà lavoratori e professionisti, che trovo stucchevole e patetica, portata avanti da consulenti un po’ decotti timorosi del nuovo mezzo, vorrei fare un’altra considerazione.
Indaga le parole partendo dalle cose e non indagare le cose a partire dalle parole.
Si, lo so, è solo un motto di uno dei sette savi dell’antica Grecia, Misone (storpiato in “Musone” dalla rivista Limes) ma mi ha colpito quel suo “motto” perché è quantomai attuale.
E perché ci ricorda come in un epoca in cui traduttori, matematici, sviluppatori, avvocati, chimici, ingegneri, perdono competitività rispetto ad agenti AI sempre più performanti, la filosofia e in generale le scienze umanistiche, assumono sempre più un ruolo fondamentale nel riequilibrare questa folle corsa all’automazione e alla delega alle macchine.
Ed allora, eccoci qua: indaghiamo le parole partendo dalle cose per come la vedo io significa: non avere fretta di arrivare ad un obbiettivo o avere una risposta ad un quesito. Ma parti dall’esperienza, dall’osservazione, dalle cose, per poi (se necessario) dargli un nome ed utilizzare quel nome solo come una etichetta, un simbolo, un veicolo per trasmettere ad altri un concetto che hai acquisito grazie al tempo, all’esperienza, al lavoro.
Misone, secondo i racconti, era figlio di un tiranno e sarebbe vissuto fino a 97 anni. Un misantropo, lo definì Schopenhauer molti secoli dopo.
Ebbene, questo misantropo ci ha regalato una massima che, in epoca di intelligenza artificiale usata anche per fare 3+2, ci invita a guardare alla realtà concreta, ai fatti e ai fenomeni prima di lasciarsi intrappolare da definizioni astratte, etichette o speculazioni verbali di cui ci inonda quotidianamente l’AI.
Cosa rimane del vecchio mondo? Quello fatto di insegnamento frontale, scuole con professori invecchiati male, università semideserte e che non riescono ad intercettare l’interesse degli studenti che trovano (e in alcuni casi a ragione) decisamente più utile e produttivo apprendere tramite corsi gratuiti su YouTube che andare a sentire l’ennesimo professore a contratto che copia e incolla lezioni. O quello fatto di aziende e studi professionali decotti che non vedono l’onda che arriva anche su di loro e allenano quotidianamente modelli da cui presto o tardi verranno fagocitati.
Rimane l’anima e l’intuito.
Rimane la filosofia e la curiosità.
L’esperienza e il sogno.
Ah no. Il sogno no.
Perché in fondo anche le macchine sognano pecore (anche se elettriche).
