CoContest: non c’è migliore pubblicità che la cattiva pubblicità

Una giornata particolare. Come nel film di Ettore Scola.
Una giornata che ha segnato un punto su due piattaforme innovative: UberPop e CoContest.

Di Uber si è parlato tantissimo nel bene e nel male e non ci sarebbe molto altro da dire se non fosse che il Tribunale di Milano ha disposto in questi giorni il blocco di UberPop, uno dei servizi messi a disposizione dalla app Uber, su tutto il territorio nazionale con inibizione dalla prestazione del servizio. E’ stato dunque accolto il ricorso presentato dalle associazioni di categoria dei tassisti per “concorrenza sleale“.

Il giudice della sezione specializzata imprese del Tribunale di Milano, Claudio Marangoni, con un’ordinanza ha quindi accertato la “concorrenza sleale” del servizio del gruppo Uber. Nell’ordinanza si legge che l’attività svolta è “interferente con il servizio taxi organizzato dalle società, svolto dai titolari di licenze”. Nel suo provvedimento il magistrato ha chiarito che Uber avrà 15 giorni di tempo per adeguarsi all’inibitoria disposta, altrimenti scatteranno delle penali. Contro il provvedimento cautelare, in ogni caso, c’è la possibilità di fare ricorso.

Poi c’è CoContest e la mozione di 9 parlamentari contro la piattaforma tecnologica, seguita da una simpatica segnalazione dell’Ordine degli Architetti all’Antitrust.

Non credo di poter entrare troppo nel merito poichè non conosco nel dettaglio le carte relative ai due contenziosi in atto.

Quello che però rimane nel mio ricordo e la simpatica Onorevole Serena Pellegrino, di SEL, che intervistata da Riccardo Luna, dichiara serenamente che CoContest è un problema per gli architetti e chiama ripetutamente “Collega” il Cofounder di CoContest, Alessandro Rossi.

Eppure la Pellegrino non è semplicemente una Collega ma è una parlamentare della Repubblica Italiana che dovrebbe rappresentare gli interessi di tutti i cittadini, compresi i fondatori di CoContest e di tante altre startup innovative che faticosamente crescono seguendo le orme di modelli di business analoghi a quello di Uber.

L’On.Pellegrino parla genericamente di una serie di norme che indicano i parametri e requisiti che un architetto deve produrre al suo cliente per produrgli un lavoro e un servizio di architettura. Parametri e requisiti che forse non sarebbero rispettati se il lavoro o servizio viene offerto tramite la piattaforma tecnologica CoContest.

Eppure quando Riccardo Luna chiede all’Onorevole di SEL se ha visitato il Sito Internet di CoContest, l’On.le non risponde. E’ Riccardo Luna a dire quindi: NO, non l’ha visto. Aspetto ribadito anche da Alessandro Rossi.

E mentre sento l’intervista, penso: ma i detrattori di CoContest avranno dato almeno uno sguardo a come funziona la startup innovativa e analizzato i suoi riflessi economici?

L’ordine è la virtù dei mediocri diceva Marcello Mastroianni.

Le condizioni generali di CoContest (che suggerirei però ai founders di predisporre anche in Italiano al fine di ottemperare alle previsioni di cui al nostro Codice del Consumo), stabiliscono chiaramente all’art. 4.3 che CoContest non fornisce servizi di consulenza per soluzioni di architettura ma è semplicemente una piattaforma internet volta ad aiutare l’utente ad orientarsi tra diverse proposte rese disponibili su base volontaria da professionisti qualificati.

Quindi se una piattaforma di questo tipo ha successo non è dipeso solo della piattaforma ma sicuramente degli architetti che probabilmente grazie a CoContest trovano nuovi canali di sviluppo professionale.

Inoltre appare chiaro come la piattaforma digitale sia semplicemente concessa in licenza d’uso ad utenti e architetti per partecipare a dei contest per la selezione dei progetti ritenuti migliori dagli utenti.

Che responsabilità ha l’intermediadiario che opera in internet tramite una piattaforma digitale?

Al di la di ogni opinione credo che si possa ragionevolmente ritenere eccessivo lo schieramento di forze che si è creato contro CoContest trascinandola addirittura davanti all’Antitrust. Chi è la parte debole di questo processo? Una startup innovativa che con grande capacità e difficoltà sta portando avanti un bel progetto o nove parlamentari e l’Ordine degli Architetti Italiano?

E perchè si attacca CoContest e non le molte altre innumerevoli piattaforme tipo O-Desk che mettono in contatto freelance di tutto il mondo con utenti interessati ai loro servizi, sulla base di preventivi e rating?

Forse è più facile attaccare una startup italiana (di cui sembra alcuni detrattori non abbiano visitato nemmeno il sito) e portarla davanti ad un Ministro o ad una authority perchè qualcuno la sera davanti alla televisione non ha digerito troppo la pubblicità (geniale) di CoContest, rispetto ai molti progetti esteri che avranno – nel breve o lungo periodo – comunque diffusione anche in Italia.

L’unica cosa che rimane a CoContest e lasciare il paese e ritornarci da vincitori fra poco. Quando i più si saranno guardati, almeno per un attimo, il sito.

Intanto lasciamo godere ai Co-Founder di CoContest questi giorni di gloria. Perchè in fondo, come ci ricorda Andy Warhol, tutti gli scandali aiutano la pubblicità perchè non c’è migliore pubblicità che la cattiva pubblicità.

Avv. Massimo Simbula